STURM UND DRANG

PARTE I

I : IL TORPORE

Guido aveva conosciuto Amelia sei anni prima durante una scenetta musicale, dopo quella casuale conoscenza si eran persi e mai più incrociati, la quotidianità li aveva trasportati verso esistenze divergenti.

Qualche tempo dopo, il fato volle che si presentasse la possibilità d’un incontro con presupposti nuovi e differenti.

L’uomo, come spesso accade, ignorava ciò che smuoveva l’animo della donna che gli si mostrava di fronte, così lei sospirò profondamente e fece uno sforzo per palesare la sua interiorità a quell’enorme punto interrogativo che le si presentava sotto sembianze umane, un individuo che tanto stimava al quale si sentiva legata senza alcuna apparente ragione.

“Quanto son sciocchi questi qui” rifletteva presa da un senso di vergogna, si sentiva stupida come mai prima nella sua vita, tremava, ma il suo desiderio andava oltre alla paura. Valeva la pena tentare e svestirsi d’elle maschere, oramai era andata troppo oltre per tornare addietro.

Tutto sembrava far parte di un sogno lucido quella sera di maggio nella collina, così avvenne, dopo una conversazione confusa ed apparentemente inconcludente, le loro bocche timidamente s’incrociarono.

Amelia percepiva sensibilmente quel frammento di tempo, inesistente ed interminabile, sapeva che le sfuggiva via dalle mani rapido ed inafferrabile ed era conscia che di li a poco sarebbe scomparso, decise di spegnere il flusso dei pensieri per agevolare le sensazioni e godersi il momento che stava vivendo, non v’era motivo di rovinarlo con un eccesso di parole sensate, l’insensato non poteva essere oggetto d’uno sviluppo razionale.

Lasciò scorrere l’ultimo ragionamento che era rimasto intrappolato dentro alla sua testa, si stupì di ciò che provava, pensava d’aver perso la capacità di sentire emozioni di quel tipo, un senso di felicità la faceva galleggiare, la testa le girava e tutto intorno roteava, ed in effetti così era. Il pianeta sul quale si trovavano ruotava con loro dentro.

Gaia galleggiava anch’essa attorno ad un desiderio, come quel cuore che batteva euforico. S’abbandonò totalmente fra le braccia di Guido e la mente senziente si liberò da quel raziocinio che la teneva schiava, entrando in uno stato meditativo, intraprese un viaggio verso un mondo di fantasia dominato da elucubrazioni sognanti.

La rotazione della sfera azzurra proseguiva, implacabile ed inarrestabile, nessuno poteva disturbarla. Amelia pensava che la Terra ignorasse ciò che l’accomunava a loro quella sera in cui gli animi s’erano svegliati grazie all’arrivo della primavera.

‘Noi umani siamo così delicati e suscettibili alle variazioni stagionali’, si rincuorava pensando che Gaia, come loro, non ne era immune, erano tutti vittime dei cambiamenti emotivi dell’altro. Si trovava sopra Guido e lui le serrava la bocca sovente con la mano, era bello esser lì, la mente libera riprendeva a vagare osservando passiva le dinamiche amorose fra i pianeti.

La Terra nuotava inclinata, si poggiava delicatamente sul suo asse e continuava con le circonvoluzioni, piroettando intorno all’essere amato, dedicandogli una danza, così come quelle che aveva insegnato ai pavoni innamorati tanto tempo fa. Gli stessi balli copulatori ch’avevano provocato tanto stupore nell’uomo barbuto in viaggio per il mondo, colui ch’era partito verso l’ignoto a scoprire i motori dell’evoluzione, anche lui innamorato, della vita e de’ suoi meccanismi, si capisce.

Le emozioni si razionalizzano per la Terra, diviene cosciente del moto rotatorio, si accorge che questo suo automatismo è iniziato involontariamente, frutto dell’inconscio, in un epoca lontana, di cui oramai nemmeno lei ha memoria.

Ora le è tutto più chiaro, è infatuata dal Sole, senza di lui non riuscirebbe a vivere, è la sua droga, così nasce la consapevolezza di esserne innamorata ed i vari problemi che questa scoperta porta inevitabilmente con sé, si materializzano. Sì, lo ama. Costantemente le ruota attorno, costruisce, per e grazie a lui, piante, fiori, nuvole, animali, umani, tutti doni per l’anziana stella che genera la vita.

Tutti gli altri pianeti della Via Lattea gli ruotano anch’essi intorno estasiati dal suo magnetismo elettrolitico.

Come in tutte le dinamiche amorose per alcuni personaggi regna l’invidia, entra in scena la vicina Venere che continua imperterrita a ricercare le attenzioni del Sole. Crea del mistero con la sua atmosfera densa e velata, il piccolo pianeta sensuale e femminile è colmo d’ira e brilla durante alcuni giorni dell’anno in modo da issare gli sguardi di tutti su di sé, quelli sono i momenti in cui impazzisce di gelosia e cerca di attirare l’attenzione del Sole divenendo lei, sola e unica l’oggetto dei suoi raggi, frapponendosi fra i due. Ma questo a Gaia non è mai importato.

Ingenua, viveva non pretendendo nulla in cambio se non i raggi solari che irradiavano, non solo la sua superficie ma quella di tutti i componenti dell’Universo che si trovavano nelle sue vicinanze, quando il Sole l’avrebbe voluta veramente l’avrebbe cercata, non ci dovevano essere forme di costrizione di alcun tipo. Non ha mai preteso l’esclusività, la si doveva guadagnare senza mai chiedere, sarebbe arrivata da sè spontanea al momento giusto così come sarebbe scomparsa.

Aveva superato quel periodo di attaccamento emotivo folle, di cui tutti erano spesso schiavi, dopo la relazione avuta con la Luna. All’origine delle emozioni la Luna e la Terra erano un tutt’uno da quanto s’erano influenzati a vicenda, ma s’arrivò ad un limite com’è naturale ch’avvenisse, la convivenza divenne insopportabile a tal punto che la separazione avvenne d’impatto subitamente e li scosse per anni. Ogni tanto le sere ne parlavano e ridevano di quel lontano ricordo, sorridevano alla loro pazzia, ma era solo un immagine antica di cui discorrevano in maniera affettuosa .

Per questo non le importava che fosse solo suo.

Il mondo di fantasie d’Amelia sfiorò la morbida pelle che i suoi polpastrelli percepivano, le piaceva davvero tutto di quel corpo anche i difetti erano belli, esordì spontanea guardando Guido “hai una bella anatomia, sai?” lui la guardò confuso troppo preso dalle azioni per capire il mondo astratto verso cui lei lo trasportava, ma sorrise.

Fra sè e sè una riflessione prese spunto dalla situazione che aveva osservato fino a quel momento nel suo immaginario, lei non ci aveva mai creduto all’amore e al possesso, era caduta nella morsa di quegli atteggiamenti perchè non li conosceva, subito dopo aveva scoperto che erano frutto di sue insicurezze che non andavano riversate su nessun’altro se non nelle conversazioni con se stessa, i monologhi con il sè permettevano di lasciare libero transito alle pure emozioni e non alle proiezioni irreali, così si sentiva sé stessa.

Per questo Guido le piaceva tanto, non voleva cambiarlo, desiderava solamente conoscerlo e condividere momenti belli come quello. La vita era più di questo infatti, le esistenze potevano diventare piene desiderando il bene dell’essere voluto senza aver bisogno di serrarlo in una gabbia che l’avrebbe cambiato per sempre in un qualcosa di diverso da ciò che in origine aveva attirato la sua attenzione. Lei voleva che rimanesse tale, così, com’era e che evolvesse da sé, perché tutto muta anche Guido, lei questo lo sapeva per questo era insano quel modo di ragionare sull’amore, si pensava di poter fermare le cose bloccarle e renderle eterne, impossibile.

Le pareva che quella complicità profonda e quel filo d’aria li avrebbe mantenuti connessi per sempre e questo le bastava, non si sarebbe corrotto. La voce di lui l’interruppe per un secondo “Guardami”, lei così fece, uno sguardo naturale ed estasiato pieno di sensazioni si posò sul volto di Guido mentre continuavano a sfiorarsi lentamente cercando di non muovere l’aria perché entrambi erano fragili ed avevano paura.

Amelia sentiva le emozioni che diventavano troppo cariche nell’etereità dei pensieri così disfò il nodo che s’era formato, aveva creato un ingorgo di parole, riprese a fluttuare nell’immaginazione. Dall’altro canto il Sole brillava dall’alto, guardava la Terra, e pensava che fosse proprio bella, ma solingo non glielo aveva mai detto per non sciupare tutta quella magia che s’era creata in quell’attesa lunga 4,5 miliardi di anni.

Il Sole cadeva spesso nella trappola di Venere, così perdeva di vista Gaia, si sentiva insicuro, lì al centro del Tutto, messo continuamente in discussione, irradiava la Terra, la quale però, malgrado l’amore puro ed i suoi discorsi razionali empirici s’era schermata con una fascia protettiva dai suoi raggi, nonostante tutto anche lei alle volte era vittima dei futili meccanismi che dominavano la metamorfosi come quella d’Amore e Psiche, una storia vecchia come il mondo appunto.

Milioni di particelle disposte in due fasce, ioni ed elettroni coccolavano Gaia e si occupavano di lei preoccupati della sua fragilità, troppo spesso da fuori questa non trapelava e chi s’imbatteva in lei la travolgeva pensandola più forte di quanto effettivamente non fosse.

Il Sole era in grado di distruggere tutto solo avvicinandosi a lei. Quelle emozioni sarebbero entrate e l’avrebbero ferita a tal punto da perdere ogni cosa che aveva costruito con dovizia di particolari, le cose materiali e gli ideali a cui s’era ancorata.

Tutt’oggi si osservano da lontano, ognuno beatificandosi della presenza dell’altro per non perdere il proprio equilibrio.

Separati dalle proprie corazze molecolari e dai fiumi astratti di presenze che travolgono le vite d’ognuno, interagiscono impauriti.

Così diventano spettatori delle loro vite dettandosi un destino imposto senza agire liberi per paura di disobbedire alle fondamentali Leggi dell’Universo che qualcuno ha scritto per loro.

Amelia sorrise all’idea di questi sciocchi corpi celesti che si rincorrevano disegnando moti circolari, poggiò la guancia sul petto di Guido che respirava affannosamente, i loro corpi erano nudi e nella stanza vagava il suo profumo di fiori, la cosa la fece ridere, era tranquilla e beata, s’addormentò senza ulteriori indugi.

All’indomani guardò Guido consapevole che poteva essere l’ultima volta che lo avrebbe visto così, lui probabilmente non la voleva. Passeggiò per le verdi colline ed il Sole picchiava forte, sembrava estate, pensò ridendo che da lì su la Terra doveva essersi agghindata per bene per attirare così tanto la sua attenzione.

Felice con una sciocca espressione sul volto camminava e vedeva i colori brillanti più che mai, chissà cosa riservavano per lei le Leggi dell’Universo, anarchica com’era non le avrebbe di certo rispettate.

Niente importava in quel momento, la speranza cieca fluttuava così come la sua allegria precaria, si lasciava così trasportare dal vento che la cullava fra le curve concave che le ricordarono, per un istante, i grandi crateri meteorici della Luna.

° Podomonzia è un antica arte, praticata da babilonesi ed egizi, in cui si “leggono” le dita dei piedi. Quando l’indice è più lungo dell’alluce questo determina una origine greca e viene detto anche ‘piede a fiamma’.  A quanto pare sembrerebbe che questo denoti non solo una conformazione morfologica ma addirittura delle caratteristiche psichiche dell’individuo : spesso sono tipi impulsivi che non controllano la propria emotività e creano situazioni di interesse attivo ma anche ansia e stress. Sono persone contagiose che trascinano coloro che gli stanno vicino trasmettendo entusiasmo.

II : LA RABBIA

♫ Ascolta :   Terry Callier  “Love Theme from Spartacus”  “Dancing Girl”  “Ordinary Joe”

Amelia era furiosa, non riusciva più nemmeno a pensare, sentiva che velocemente stava costruendo un muro ancora più spesso di quello che pochi giorni prima aveva deciso di abbattere presa dall’euforia di quel bacio.

In modo scoordinato afferrava i mattoni e li disponeva in coppie, uno sopra l’altro, mentre si mordeva le labbra e gli occhi mutavano, si svuotavano de’ sogni e si colmavano di malessere.

Che peso avevano le parole non dette di Guido, glaciale ed insensibile, non si rendeva sicuramente conto fino a che punto avesse maltrattato la sua sfera emotiva, non poteva essere così malvagio.

Si sentiva una pazza, avrebbe voluto abbracciare Oreste che le stava accanto e leggeva il libro, tutto preso dal suo mondo filosofico, ma non poteva, perché di quella storia non ne doveva mai parlare ad anima viva, e come se non bastasse, Oreste e Guido erano amici.

Nessuno la aveva mai trattata a quel modo, e mai tanto meno si sarebbe aspettata che Guido potesse farlo.

Si pentì amaramente di essersi mostrata nuda agli occhi di quell’animale, non tanto fisicamente quanto sentimentalmente, aveva donato il suo essere più profondo, ed anche se sentiva che lui non stava facendo altrettanto, decise che aveva voglia di farlo star bene e di essere spontanea donando il meglio di sé.

Per una volta aveva deciso che potesse valerne veramente la pena di rischiare di soffrire, ora capiva che non era così.

Aveva i pugni serrati sul tavolo, il cuore le batteva all’impazzata, cancellò ogni informazione su Guido, numero di casa, indirizzo, doveva ucciderlo nella memoria prima che le facesse ancora più male.

Maledetto quel giorno che avevano passato ore stesi sul letto a confabulare, osservati dalle tegole di laterizio dei tetti che sembravano fatte di zenzero.

Lei s’era infatuata del suo modo di muover le labbra, della sua risata malinconica, d’egli occhi mansueti e di quella stupida cicatrice.

Che ingenua, che bambina che era, perder la testa così era da stupide.

Oggi Oreste, mentre ascoltavano musica stesi al parco, le aveva detto che il suo modo di amare e di vivere i rapporti con l’altro sesso erano quasi adolescenziale, ed aveva ragione perché lei ci credeva a quelle stupidaggini sull’amore, sull’essere se stessi, non voleva giochi, era romantica e si lasciava trasportare dall’istinto e dalle emozioni.
Il problema era che la società in cui viveva non era così, nessuno era più se stesso, chissà se aveva ravvisato una parte nascosta di Guido, esisteva o era tutto nella sua mente?

Le era sembrato un individuo così fragile e sensibile, quell’animo gentile l’aveva conquistata.

Le veniva da vomitare.

Tanto prima o poi sarebbe morta, tutte queste emozioni sarebbero scomparse così nel nulla, vacue e sopravvalutate.

Scappò via nel mezzo del parco e pianse per ore da sola.

Le dispiaceva che quelle esperienze la marcassero con quell’intensità, ma non sapeva vivere altrimenti.

Man mano che il tempo passava, gli eventi si susseguivano, si rendeva conto che prima o poi avrebbe perso l’Amore di vista, non sarebbe mai più tornata la stessa, forse questo era crescere.

Le faceva molta paura questo cinismo senza ritorno. Nuotava continuamente controcorrente per ritornare lì ove tutto era ingenuità, ma non c’erano anime libere, compatibili a lei, di questi tempi.

Scoraggiata, nel vortice di queste riflessioni, trascinava il corpo in avanti seguendo un moto perpetuo. Sentiva il Sole che le baciava la fronte, copriva gli occhi lucidi con le tonde lenti marroni ed il tepore le sussurrava timidamente “suvvia non pianger più”

III : LA SPERANZA

♫ Ascolta : “Maggot Brain”dei Funkadelic ,“A tear for Eddie”dei Ween

Amelia decise di rientrar presto quella sera, prima della mezzanotte s’intende.

Varcata la soglia della camera da letto, iniziarono i suoi rituali notturni per goder di quella solitudine di cui s’era avvolta. Non che realmente avesse una routine in quel senso, ma le andava di far così, si sentiva solenne oggi, si piaceva.

Il fuoco svegliò i lumi vicino alla testiera del letto e la candela sotto all’infusore.

Si dissipò nell’aria il vapore acqueo e l’essenza all’arancia, ‘Orange Douce’ diceva l’etichetta sulla boccetta blu.

Stesa sul telo verde acido, colmo di svolazzanti pappagalli colorati bidimensionali, inizia a massaggiarsi i piedi con quella stessa crema di Moringa che aveva usato su Guido per fargli passare la tristezza ed il mal di testa che lo avevano assorbito giorni fa.

In quella occasione, lui la guardò – mi è passato tutto, incredibile – disse sorridendo, le baciò la bocca, carezzo con il volto i suoi seni e la baciò ancora.

Assopita da questo ricordo che le sembrava già lontano mesi, prese un vinile jazz, lo mise su e si cimentò nella lettura di un libro abbandonato tempo fa.

Quei ‘frammenti d’un discorso amoroso’ che avevano perso di senso, negli ultimi tempi non riusciva più a sentire nulla, l’apatia non le si addiceva per niente.

Andasse come andasse, era grata di aver incontrato Guido, lui non ne era consapevole, ma le aveva permesso di sentire ancora. Chissà perché lui poi, un mistero che sfuggiva anche a lei.

Non si era posta più di tanto il problema, l’amore era così e si era abituata a quell’assenza di logica.

Non provava più emozioni in modo spontaneo da tanto, per questo era arrivata alla conclusione che ne aveva usufruito eccessivamente, consumandole, finendo le sue possibilità d’amare, probabilmente erano limitate per ogni individuo, il sé si logora e perde la sua innocente capacità.

Adesso sapeva che questa sua affermazione, alla quale iniziava a credere solidamente, era falsa, tutto uno stato mentale di cose che poteva modificare a suo piacimento con la giusta forza di volontà. Siamo noi stessi a modellare la realtà rispetto ai punti di vista che decidiamo di adottare.

Si stupiva spesso della forza della mente, bastava effettivamente desiderare ardentemente qualcosa per davvero, così si diventava tenaci e persistenti e si poteva ottenere tutto da sé stessi : dormire quattro ore a notte, digiunare, seguire progetti, studiare… tutto era nelle sue mani.

Non proprio tutto, Guido no, ma le persone non vanno contenute in nessun palmo.

Le bastava avere una parte decisionale nel suo futuro, poteva creare o distruggere, doveva solo scegliere.

Gli occhi di Amelia scrutavano da sinistra verso destra le frasi di Barthes fatte d’inchiostro, la testa adagio sul cuscino svedese le massaggiava il collo, era estremamente rilassata.
Le tornò in mente Guido così decise di scrivergli una lettera, era una azione avventata ma ne aveva veramente voglia. Lui avrebbe pensato che lei fosse pazza oppure si sarebbe innamorato, in ogni modo, non era questo il punto.

Amelia si lasciava andare appena sentiva una emozione, a differenza di molti. Indistintamente fosse essa amore, curiosità, affetto… non ci rifletteva troppo a lungo, si fidava di sé stessa e del suo istinto.

Niente era reale, anche la materia stessa le sembrava frutto del suo immaginario e questo le se era palesato in uno studio scientifico ch’aveva letto tempo prima, lo aveva sempre pensato e quella affermazione accademica l’aveva convinta. La stessa materia composta da atomi muta il suo comportamento se osservata, figurarsi quanto peso si poteva dare alle percezioni.

Gli atomi disturbati dalle onde emesse dagli esseri umani si sentono in soggezione per le nostre presenze, ma si poteva applicare questo concetto alle emozioni? Non eran mica fatte d’atomi, oppure sì, se le si riduceva a molecole chimiche.

Ma restavano comunque i pensieri, quelli sì che non avevano una composizione quantica, i quark poco c’entravano in quel mondo senziente, per questo era così difficile fondere idee e realtà, astratto e concreto.

Aveva imparato, durante gli ultimi periodi d’assenza emotiva, che le emozioni erano vita, il senso dell’esistenza. Trovava estremamente triste nonché egoista reprimerle, più che mai si era ripromessa che appena avrebbe provato qualcosa ci si sarebbe tuffata senza paure per non provar rimorso.

Tutti son terrorizzati dallo stare male, dalla negatività, dalla tristezza che le delusioni portano con sé, ma anche quelle vanno vissute, perché il gioco è o tutto o niente, preferiva di gran lunga rischiare, non si poteva vivere a metà.

L’unico senso alla vita che aveva trovato era questo, siamo anime sulla Terra per vivere l’esperienza fenomenica, non voleva di certo fuggire dal ruolo primario che aveva indetto lo sviluppo della sua stessa specie, l’homo era evoluto insieme al mondo sensibile, lei rifiutava una marcia indietro. Una evoluzionista nel vero senso della parola.

La sua lettera oramai aveva preso la forma della sincerità e non vi era più modo di tirarsi indietro.

Pensava che la incuriosiva da matti l’idea di poter osservare il volto di Guido e le sue micro espressioni mentre leggeva quella lettera, ma non era possibile.

Si rendeva conto che questa ch’aveva intrapreso, era una filosofia di vita complicata. Esser sé stessi, schietti, non è facile di questi tempi, si viene considerati degli instabili. Amelia non si sentiva tale, anzi, le sembrava di avere una visione chiara di tutto, vivere senza paure era il modo più sano per star bene.
S’addormentò beata e felice di esser riuscita ad esprimere la sua vera essenza del momento su quell’albero morto cellulositico. L’indomani andò ad imbucare la busta.

Le avrebbe fatto piacere se Guido avesse risposto positivamente a quella confidenza, ma non se l’aspettava, non s’aspettava nulla da lui, anzi, sapeva che probabilmente sarebbe rimasto li attonito a fissare la carta come quella volta che lei s’era aperta e lui l’aveva guardata dicendole ‘non so che dire, non ci avevo mai pensato’.

In quegli istanti le era salito tutto l’orgoglio da’ visceri. Aveva deciso di ignorarlo per un po durante la festa, far conoscenze, scherzare con gli altri e dimenticare.

Quella rabbia passò velocemente, non era in grado di trattenerla, si lasciò andare, sorrise, e capì che la vita andava così, la accettava, infondo erano solo desideri, non lo conosceva nemmeno bene a quel Guido, eppure sentiva qualcosa che la legava a lui.

Battisti sul giradischi le faceva compagnia, si era svegliata alle sei di mattina quest’oggi. I suoi orari erano sempre stati abbastanza variabili, certi periodi dormiva solo quattro ore altri ne dormiva dieci, dipendeva dalla voglia che aveva di far cose, anche in questo si lasciava trasportare.

Una volta portata la lettera all’ufficio postale era tornata a casa, pulito la cucina, dopodicchè s’era seduta sulla scrivania a studiare quell’esame di botanica. Mentre stava seduta sentiva i capelli che le sfioravano le spalle, per un attimo si immaginò la bocca di Guido che le traforava il corpo, labbra umide sulla sua bianca pelle, si lasciò andare a questa sensazione, poi tagliò il cordone dei pensieri e riportò la sua attenzione al libro di botanica.

Pistillo, monoiche, dioiche, diclini, monoclini, infiorescenze, nettari, sepali, corolla, androceo, gineceo… non erano poi così diversi quei fiori da loro, più semplici le interazioni, ma le parevano anche meno stimolanti.

Si immaginò la sua vita come angiosperma, le piante con i fiori, belle e sinuose, le conversazioni con le vicine briofite, anche loro dovevano avere un mondo complesso in fin dei conti, era ingiusto ritenerle inferiori solo perché presentavano diverse strutture morfologiche e comportamentali. Anzi, a dirla tutta, eravamo noi i retrogradi non in grado di comprenderle, ogni prova contraria mostrava che quegli esseri viventi si trovavano al mondo da ben prima di noi.

Strutture cogitative particolari quelle dei vegetali, chimiche come le nostre ma ben diverse sia nel funzionamento che nella forma, eppure dotate di estrema intelligenza nello sviluppo delle strategie di sopravvivenza, c’era qualcosa d’affascinante in questa nostra mancata comprensione.  Chissà se avevano un qualcosa definibile come coscienza quelle lì, lei pensava di sì, tutto ciò che fosse vivo lo doveva avere.

Era addirittura arrivata a pensare che anche le cose inanimate, in fin dei conti, avevano una sorta di flusso dell’energia.

Vi erano cose più importanti di Guido, o almeno altrettanto stimolanti, se non di più, questo la faceva stare bene, il mondo che aveva intorno era difficile da comprendere ma era proprio lì lo stimolo, arrivare a capire l’incomprensibile. Se si viveva armonicamente accettando i conflitti, dopotutto, ci si stava proprio bene dentro a questo geoide.

Troppe volte non va, entusiasmi diversi, ma purtroppo si sa, non è poi così facile amarsi... Ti capisco se mi odi canticchiando una canzone.  Lucio Battisti

 IV : L’ACCETTAZIONE

♫ Ascolta : Intero album ‘For Emma, Forever Ago’di Bon Iver, ‘Eos’ Ulver, Intero album  ‘Division Bell’ Pink Floyd

Presiedevano il salotto, stese sui divani dell’enorme sala con ancora i pigiami in dosso.
Condividevano quell’assenza di suono, il silenzio delle pareti di casa loro nel pomeriggio era estremamente piacevole e permetteva uno stato meditativo, ne sentiva il bisogno adesso.
Amelia e Dalia abitavano assieme da quasi un anno, avevano interessi comuni anche se con personalità molto divergenti.
Dalia era un pochino ansiosa ma quando si trovava con Amelia acquisiva un attitudine quieta, era anche insicura, si adattava molto a chi aveva di fronte, voleva piacere al suo interlocutore, così spesso finiva per non mostrare mai come fosse veramente.
Amelia si destò, salì le scale di mogano del soppalco che s’ergeva dietro ai sofà direzionando la sua mano verso la pila di album musicali della libreria, le dita si
soffermarono su “For Emma, ForeverAgo” di Bon Iver.
‘Doveva proprio amarla questa Emma’ – si disse fra sé e sé, fantasticò su quella storia d’amore, sapeva che Justin Vernon durante lo sviluppo di quell’album stava attraversando la perdita di un amore, ogni cosa era divenuta mediocre. Si ricordò che una volta lesse in una sua bibliografia che non aveva pensato a pubblicarle quelle sue creazioni, erano più
che altro uno sfogo. S’era isolato in mezzo alla natura cacciando il suo proprio cibo, scriveva e cantava.
Dove c’è l’amore c’è dolore, alle volte fortunatamente si tramuta in arte, la
via di fuga è la creatività, l’unica in grado di salvarci.
Mentre scendeva, andò verso la sua camera per prendere un incenso ed un libro.
La musica riempì con garbo l’aria silenziosa di quella dimora, entrambe varcarono uno stato di dissociazione ancor maggiore.
Amelia vide nell’immaginario la sua vita che le scorreva davanti come fosse una antica pellicola proiettata sulle mura che la rinchiudevano in quella scatola di cemento. Le si palesò un futuro prossimo con un uomo, tutto scorreva veloce, sorrisi, si
rincorrevano, giocavano, mangiavano, piangevano, dei bimbi, tanti, ridevano, camminavano, crescevano, loro da vecchi e l’immagine si spense, nero, la fine.
Le piacque quel che vide, le sembrava una vita vera, in cui le emozioni venivano vissute
pienamente e con sincerità. Si rese conto che era un cliché nella sua testa e che probabilmente non avrebbe mai avuto una vita di quel tipo, era tutto più complicato di questo anche perché lei era un individuo complesso ed incontentabile.
Guido non si era fatto più sentire, pensava che fosse il caso di chiudere lì quell’episodio della sua vita. Provava ancora delle belle emozioni per lui, ma non così
tanto da esservi legata per sempre, in fondo non lo conosceva si ripeteva nella mente cercando di distaccarsi da quell’affetto che
aveva preso forma in quell’unico ricordo intimo che condivideva con lui, vi si era affezionata senza nemmeno rendersene conto.
Si soffermò a riflettere sul così detto ‘amore eterno’, cos’era?
Suo padre, una di quelle rare volte in cui parlarono di qualcosa di serio, in un modo che nemmeno lei pensava fosse possibile fare con un genitore, le disse che lei non era mai stata veramente innamorata, che quando si ama realmente qualcuno non serviva altro.
Osservando da fuori il rapporto di suo padre e Iolanda le parea tutto una menzogna, lui la serrava in una gabbia senza uscite, l’aveva plasmata a sua immagine e somiglianza
quella povera donna così giovane e colma di vitalità, era chiusa in una stanza con
tutte le sue insicurezze ed angosce che la tenevano prigioniera, lei stessa aveva buttato via la chiave per non aprirla mai più la porta.
Aveva paura di vivere la vita nuovamente sola. Non le sembrava affatto amore, bensì, un rapporto morboso, di schiavitù.
Lei voleva un rapporto affettuoso, a tratti fraterno, passionale, a tratti da amanti, e libero, a tratti da amici.
Avrebbe permesso a sé stessa e all’altro di esprimere al meglio
le proprie potenzialità senza limitarli, senza proiettare paure o insicurezze, condividendo il bello ed il brutto mantenendo un individualità anche se insieme.
Questo le sembrava un amore vero, lo cercava in ogni conoscenza ed incontro che per sconosciuti motivi metafisici le faceva battere il cuore.
L’album era finito. Si alzò, ripetendo la trafila di movimenti di prima cambiò genere mettendo su ‘Shadows of the Sun’ degli Ulver.
Le tornarono in mente i dolci momenti del primo incontro con Andrea. Si materializzò il grande salotto di casa sua, di fronte alla stazione centrale, le lunghe finestre verticali che mostravano lo stradone trafficato e la luce che entrava insinuandosi fra i l
oro sguardi timidi e distanti.
La prima volta che aveva fatto caso ad Andrea, era stato grazie alla
musica.
Avevano deciso di andare ad una mostra d’arte vicino casa con Oreste
e Matilda, dopo ore di stimolazione visiva, Oreste le se avvicinò – che ne pensi di And
rea? Ti piace? – Amelia non ci aveva mai nemmeno pensato, lo guardò stranita – No, direi proprio di no, non lo conosco comunque non mi son fatta una idea, è abbastanza taciturno – fu la fine di quell’argomento.
Tornarono a casa.
Andrea era in camera che suonava la chitarra, un motivetto medioevale, dolce e rilassante, scrutò per la prima volta ciò che c’era dentro ad Andrea e ve ne rimase colpita.
Amelia pensava che quando si vedeva una persona suonare, quella le si
spogliava davanti, mostrava la sua vera indole, ed infatti s’innamorava sempre di musi
cisti o persone con una spiccata attenzione ai suoni.
Suonare uno strumento musicale trasmettendo le proprie sensazioni richiedeva un certo grado di sensibilità, lo teneva sempre in conto, da lì trapelava il grado di profondità dell’individuo che aveva di fronte, ma non sempre questa sua attenzione era positiva, le persone arretravano quandonvedevano quanto Amelia andasse in fondo ai rapporti, lei odiava le superficialità e si rendevamconto che era la prima a costruire degli enormi muri in tutto, ma con l’amore con quello no.
Poco tempo dopo lui le chiese di uscire, parlarono ore, delle rocce, della natura, delle molecole endi come l’ossidazione nelle rocce si manifestasse con il colore rosso attraverso gli elementi ferrosi.
Le piacque.
Si baciarono, in strada sotto ai portici ed entrarono con foga in casa raggiungendo il salotto,inebriati dall’alcol, fu strano, non propriamente naturale, econtinuò per qualche giorno.
Si abituarono all’odore dell’altro, al tocco, alla bocca e finirono per stare insieme. Due persone completamente diverse, potevano completarsi bene. Ed in effetti Andrea le fece scoprire tante sue passioni.
Amelia rifletté che con Guido tutto era stato così spontaneo, peccato, forse l’avrebbe fatta soffrire tanto e forse era meglio che andasse in questo modo, ma nulla toglieva che le piacesse.
I rapporti fra gli individui son così complessi, siamocome pianeti e satelliti.
Qualche meteorite si scaglia su di noi alle volte lasciando piccoli o grandi crateri oppure
smaterializzandosi prima ancora di entrare nell’atmosfera, in cui siamo dentro, non lasciando traccia alcuna. Vi sono alcune persone in grado di lasciarti segni indelebili mentre altre svanivano come se non fossero mai passate di lì. Poi vi erano quelle che rimanevano, divenivano prede della gravità dell’altro fondendosi in un sistema satellitare, il forte ed il debole, alle volte ci si scambiavano i ruoli, si andava avanti in questo modo per anni.
Amelia pensava spesso che lei si sarebbe piaciuta, vero era complicata, forse più del dovuto, un eccesso di stimoli, troppi pensieri, questa variabilità spaventava spesso le persone. Era una persona duale dotata di un carattere forte e debole allo stesso tempo, travolgente sia positivamente che negativamente.
Si mangiò una mela, quanto le piacevano, le addentava sempre senza lavarle perché era pigra, anche se sapeva che avrebbe dovuto farlo per non mangiarsi quegli spray che allontanavano il mondo degli insetti e dei patogeni dal suo cibo, pesticidi nocivi anche per lei.
Si immaginò nuovamente Guido che la allontanava per sempre, non si sarebbe mai più fatta sentire, suo malgrado, se lui glielo avesse chiesto, questo suo silenzio le pareva che parlasse da sé non v’era altro da aggiungere probabilmente.
Ieri sera era uscita con degli amici ed aveva incontrato Paride per strada, praticamente sotto casa sua, incredibile come in una via piena di cristiani il suo sguardo fosse andato diritto su di lui.
C’era qualcosa che univa le persone, e loro non lo sapevano, ma c’era. Non potevano essere sempre coincidenze.
Era tornato il freddo, dopo quelle splendide giornate di sole che non potevano protendersi
all’infinito, la meteoropatia si faceva sentire più che mai oggi.
Trovò una piccola nota infondo al libro che stava leggendo che riportava un brano di Pierre de Ronsard.
“Quand je fus pris au doux commencement
D’une douceur si doucettement douce.”
Un poeta francese del 1500, fondatore del movimento delle Pleiadi, i poeti della costellazione delle figlie di Atlantide, questo appellativo, scelto da loro
stessi, diceva tutto. Scoprì successivamente che il nome di quest’uomo era stato attribuito ad una particolare specie di rosa da giardino, barocca, pomposa, quasi perfetta. Si emozionò, socchiuse gli occhi per immaginarlo quel fiore, s’addormentò involontariamente con il libro in mano aperto e “Division Bell” l’accompagnò nel mondo dei sogni.
L’attimo di pace che cercava da quei pensieri che la stavano assillando da delle ore.
Era tutto un gioco di parti, sapeva che non andava preso troppo seriamente, quando si accorgeva, spostava l’asse dei pensieri altrove.

 

 

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